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Lo slow design di EDIT Napoli. Una conversazione con Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli
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Emilia Petruccelli e Domitilla Dardi
Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli sono le fondatrici di EDIT Napoli, fiera del design indipendente e d’autore. Abbiamo parlato con loro per capire com’è nato il progetto, che rapporto si è instaurato negli anni con la città che lo ospita e cosa è cambiato, a poche settimane dalla conclusione della quinta edizione, durante la quale Incalmi ha presentato Alchimie.
Alchimie, design Debonademeo @ Edit Napoli 2023, ph Serena Eller




EDIT Napoli è una fiera nata per supportare il design editoriale. A chi si rivolge questo progetto e come realizza la sua finalità?

Si rivolge agli editori del design, ovvero a coloro che realizzano prodotti di grande qualità in edizione aperta, con un impegno sulla ricerca, la sperimentazione e il rispetto dei materiali e dei processi produttivi. Possono quindi essere produttori, designer auto-produttori, artigiani, imprese.

Il progetto, già dal nome, è legato a Napoli, una città estranea al circuito del design. Come mai l’avete scelta e in che modo la fiera vive all’interno del tessuto urbano?

Il design editoriale è sempre esistito, anzi, è una delle espressioni più antiche del design, che spesso viene identificato automaticamente con quello industriale o con quello in pezzi unici ed edizioni limitate del collectible. Quindi cercavamo un luogo antico, ma contemporaneo al tempo stesso, con forti radici storiche e locali unite a una vocazione internazionale. Napoli è la città che identifica tutto questo, per noi: ha una storia da sempre internazionale (è una città di mare e le corti europee si sono sempre relazionate con la città), una vivacità legata al saper fare e un ingegno unici. Nei giorni di EDIT, Napoli si apre al mondo del design con un’accoglienza unica, come nel suo carattere più autentico. Per noi è un privilegio essere ospiti nei luoghi più belli della cultura partenopea e contaminarli con il progetto contemporaneo. Inoltre Napoli è una città dall’intelligenza vivace e veloce: sin dal primo anno la nostra sfida è stata raccolta e condivisa da tanti amici e partner che hanno intuito al volo la nostra prospettiva. Siamo arrivate alla quinta edizione con rapporti solidi, che sembrano durare da una vita!

Guardate al design da due punti di vista diversi – la storia (militante) del design e il mondo imprenditoriale. Qual è l’apporto di ciascuna di voi al progetto?

Siamo assolutamente complementari. Condividiamo i valori di base, primo tra tutti un’ossessione quasi maniacale per la qualità e la credibilità del prodotto, che deve funzionare sia per le idee che apporta che per le finalità del mercato. Su questo le nostre rispettive formazioni si incontrano e le scelte ne risultano rafforzate.

Come selezionate gli espositori?

Con una costante, quotidiana ricerca di tutto il team di EDIT. Ma, già dalla seconda edizione, circa la metà degli espositori arrivano dalle auto-candidature fatte tramite la Open Call. Per ogni application poi esaminiamo le proposte e il portfolio e, qualora ci sembrino in linea con il nostro target, facciamo incontri e dialoghi. Spesso il prodotto stesso viene costruito con uno scambio di visioni e suggerimenti che durano mesi. Siamo, insomma, le prime a offrire una consulenza, perché è nell’interesse dell’espositore, ma anche nel nostro, arrivare in fiera con il miglior pezzo possibile. Per questo è un lavoro che dura tutto l’anno e anche la promozione dei nostri espositori arriva all’anno successivo. Siamo a favore di un processo lento, uno slow design (se vogliamo usare una formula) nel vero senso del termine.




Ossimori Coffee Table 60cm | Incalmi Collection 2023


«Una realtà come Incalmi fa un lavoro fondamentale di aggiornamento di materie e processi antichi con estetiche e funzionalità contemporanee»


Come sono cambiate, se vi sembra che siano già cambiate, le proposte che vi arrivano ogni anno?

Sono sempre più consapevoli del segmento al quale apparteniamo. C’è sempre più chiarezza negli obiettivi. I prodotti sono veicoli per le relazioni: gli espositori di EDIT si conoscono a Napoli e continuano a frequentarsi e spesso ad attivare nuove collaborazioni. Questo perché sono abituati a seguire tutto il processo: la scelta del materiale, dei fornitori, il controllo della produzione; e quindi anche il momento della vendita deve andare in continuità con questo, non può essere un rapporto impersonale mediato solo da uno schermo. Prima ci vuole una stretta di mano, poi si possono fare e-commerce e call.

Cosa caratterizza il pubblico di EDIT Napoli, anche rispetto ad altri eventi del mondo del design? Com’è cambiato, se è cambiato, nel corso di questi anni?

Il pubblico degli espositori e quello dei compratori si assomiglia molto. Amiamo dire che siamo una comunità (e lo dicevamo anche prima che fosse un termine un po’ abusato), perché davvero sono le relazioni la parte più longeva di questa attività. E poi stiamo diventando un riferimento per chi ha bisogno del giusto contesto per farsi conoscere: giovani progettisti e nuove imprese. La nostra sezione giovani, il Seminario, è ogni anno più nutrita e più internazionale. Evidentemente il passa parola sta dando i suoi frutti e chi è stato “lanciato” da EDIT è il nostro migliore testimonial!

Quali sono i temi sui quali secondo voi una realtà come Incalmi – che si occupa di ricerca, progettazione e product development – dovrebbe riflettere oggi?

Una realtà come Incalmi fa un lavoro fondamentale di aggiornamento di materie e processi antichi con estetiche e funzionalità contemporanee. Per noi la sfida è ancora in gran parte nel comunicare la complessità di tutto questo, nel far arrivare al grande pubblico di potenziali acquirenti perché questi oggetti hanno un senso, un’efficacia e anche un’anima. E che questo ha anche un valore economico, che è sintomo di serietà: bisogna imparare a diffidare da quello che costa troppo poco, perché quasi sempre nasconde un’ingiustizia, una “non-giustezza”. Ecco, c’è anche una missione etica in un progetto come il vostro/nostro.

Pensate che esista ancora una specificità italiana nel design? E nel saper fare artigianale?

La qualità è del mondo. Poi ognuno ha la propria storia particolare. Quelle italiane sono particolarmente belle se sanno rispettare la complessità del nostro modo di fare, che è sempre stato più trasversale e generalista e meno specifico-specializzato di altre culture.


«Per noi la sfida è ancora in gran parte nel comunicare la complessità di tutto questo, nel far arrivare al grande pubblico di potenziali acquirenti perché questi oggetti hanno un senso, un’efficacia e anche un’anima»

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